PICASSO

DAL MITO ALLA STORIA

(L'avventura del Minotauro)

 

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Colui che vive una data mitologia ad agisce in conseguenza, compie un passo indietro come il torero: così fa anche un autentico narratore di miti, creatore o risuscitatore di mitologemi.

(E. Kerényi)

 

 

Tra gli anni 1933/35 Picasso è particolarmente impegnato intorno al tema della minotauromachia. Nella primavera del 1933 lavora alle incisioni della Suite Vollard, realizza alcuni disegni: il Minotaure et le nu (Le Viol), datato sul retro "XXXIII", il Minotauro cieco guidato da una bambina (1934) a carboncino, quindi la seconda variante sullo stesso tema, eseguito però a colori con tecnica mista, ed infine la celebre Minotauromachia , incisione della primavera de1 1935. Altre volte la mitica figura compare nella produzione di Picasso, come nel il Minotauro in barca (1937).

Considerimo, ora, in particolare modo proprio quei lavori che vanno da Le Viol alla famosa incisione del 1935. Queste opere per la forza emotiva che sprigionano, per la commistione di elementi mitici, per la carica di violenza e tenerezza, mi sono sembrate le più dense di significato e mi hanno posto diversi interrogativi: cosa resta della figura mitologica che noi conosciamo ed in quale nuova luce è visto il mostruoso figlio di Pasifae e del toro? Cosa esso rappresenta nella vita dell'autore e nel particolare momento storico? Quali motivazioni personali e sovraindividuali hanno fatto sì che Picasso riannodasse antichi miti, facendoli rivivere nello specifico del suo tempo e quale può esserne stata l'attualità?

La psicologia analitica junghiana ha mostrato come l'opera creativa possa essere veicolo non solo di contenuti psichici individuali, ma anche di archetipi collettivi: l'ipersensibilità dell'artista coglie le grandi problematiche della società in cui vive e le concretizza rivestendole di forme conosciute, comuni, che fanno parte di un bagaglio culturale formatosi attraverso i secoli. Queste forme, ormai stratificate a livelli profondi della coscienza, sono i miti - rappresentazioni mentali fortemente emotive di una realtà originaria, primaria ovvero archetipica.

E' quello che io propongo di verificare attraverso l'analisi dei motivi commisti in queste opere picassiane. C'è forse una relazione tra queste creazioni e l'ombra di inquietudine che l'avvento al potere di Hitler dal 1933 in Germania deve aver portato nelle intelligenze più attente? Queste opere possono essere un indizio, anche se ancora vago, del preciso intento etico che porterà l'artista nell'1937 ad un intervento estremamente chiaro nel dibattito politico con Guernica?

 

1933

Minotaure et nu (Le Viol)

Inizio la verifica da questo disegno di grandezza eccezionale, svolto, difatti, su due fogli.

Il Minotauro aggredisce una donna. La scena di violenza è resa ancora più drammatica dall'uso del disegno in bianco e nero. Sembra quasi che l'aggressività insita nell'uomo, trovi qui una problematicizzazione nell'antica coscienza del mito. Non è infatti un uomo ad aggredire quella figura femminile, ma il Minotauro: forza cieca ed istintiva, esso non conosce né il bene né il male, opera al di là di ogni morale o logica razionale. La cultura, l'educazione non possono nulla contro qualcosa che è nell'uomo da sempre, che è parte del suo essere biologico: "non si può andare contro la natura, essa è più forte dell'uomo più forte! Ci conviene andare d'accordo con la natura." (M. De Micheli, a cura di, Scritti di Picasso, Milano, 1973, p.12).

La donna d’altra parte subisce questa brutalità e non è chiaro fino a che punto essa possa o voglia difendersi; la mano che allontana il violentatore sembra non avere energia e la donna appare quasi abbandonarsi ad esso. Aggressore e vittima, violenza perpetrata e violenza subita: la difficile dialettica di questi due poli sembra essere messa all'indice, a far risaltare l'ambiguità di un rapporto in cui la responsabilità non ricadrebbe da una sola parte. Discorso difficile da fare ed ancora più difficile da accettare. Il mondo diviso nettamente in buoni e cattivi è molto più comprensibile e controllabile, ma sappiamo pure che non rispecchia la realtà.

Proviamo ora ad estrapolare dalla prima impressione ricevuta e a non pensare che si tratti tout court della violenza di un uomo su di una donna. Ed infatti non è questo, perché altrimenti l'attore non sarebbe il Minotauro ma l'Uomo. Allora forse potremo vedere in questa figura, passibile di molte interpretazioni (per esempio Jung vede in esso l'archetipo dell'immagine materna divorante), la brutalità istintiva, l'eros, la carica primigenia della natura, così come dell'uomo, che afferma con violenza il proprio diritto ad essere possedendo. Brutalità, violenza che può mascherarsi sotto mille facce, può prendere oggi quella del potere economico, politico, culturale, sessuale, razziale od anche tutte quante insieme.

Una violenza che attraverso mille canali può entrare anche nella nostra vita. Allora anche ognuno di noi può esserne direttamente ed individualmente coinvolto. Come la donna aggredita dal Minotauro, quante volte anche noi di fronte a violenze più o meno plateali abbiamo saputo o voluto difenderci fino in fondo?

 

1934

Il minotauro cieco guidato da una bambina

Il Minotauro, l'attore della passata scena di violenza compare di nuovo, ma questa volta svolge un ruolo da coprotagonista. Sua partner, e con il suo stesso peso drammatico, è una bambina. Anche in questo caso la scena è colta con l’espressività del nero e bianco, ma molto è cambiato, qualcosa di importante é subentrato. I1 carattere violento del mitico personaggio è scomparso, per lasciare il posto ad un essere tanto diverso da quello tramandatoci.

Il Minotauro è ora vinto, bisognoso d'aiuto, cieco. Cieco: un fatto che nella mitologia ha spesso un suo preciso significato. Cieco per esempio divenne Tiresia per opera di Pallade Atena : aveva visto per caso ciò che non doveva vedere, la dea che per rinfrescarsi si concedeva nuda un bagno nelle acque del fiume Ippocrene. Cieco divenne Edipo, si tolse la vista per aver veduto e fatto anche lui quello che non poteva né vedere, né fare: sposo di sua madre, fratello dei suoi stessi figli, uccisore di suo padre.

Entrambi, Tiresia ed Edipo, andarono incontro "ciecamente" al loro destino, agirono d’istinto e la scoperta della verità non fu per loro la conclusione di un difficile cammino nel processo di conoscenza. La cecità fu la punizione e la possibilità del riscatto. Tiresia in più ebbe da Zeus il dono della preveggenza, fardello che dovette sopportare secondo il volere del dio per ben sette generazioni.

Ma torniamo al Minotauro che ora, cieco, ha perso la sua arroganza. Forse anche in questo caso la cecità può essere la causa-effetto di una nuova consapevolezza, dalla necessità di guidare, di dirigere quella primordiale carica vitale, violenta, la cui forza se non controllata può essere disastrosa. Allora c'è bisogno di aiuto e il soccorso viene dalla bambina (l'anima diremmo, junghianamente). Questa figura gentile che non si spaventa per ciò che è parte della natura, può aprire una nuova prospettiva all'erotismo, all'istintualità.

Ed allora non ci sarà solo sopraffazione, ma possibilità di riconciliazione con gli strati profondi della psiche, per un'applicazione in positivo di quella stessa forza vitale. E l'eros può quindi diventare creatività, poesia, impegno, capacità di leggere nell'intimo della realtà umana, svelandone contrasti e contraddizioni. Ed è la bambina , quest'anima liberata, componente psichica necessaria ad ogni vera operazione artistica, che guida il Minotauro attraverso il labirinto delle molteplici domande, così come Beatrice guida Dante dai livelli infernali della carnalità e dell'istinto a quelli superiori del paradiso e delle verità svelate, o così come Venere, nel poema del Marino, guida Adone alla conoscenza di sè e dell'universo sensibile.

 

1935

Minotauromachia

 

Questo processo di conoscenza sembra però avere un momento di sbandamento, di rallenti nell’incisione di quest’anno.

Sulla scena molti personaggi, il Minotauro sembra essere tentato dal gorgo degli avvenimenti e, sfuggendo alla guida della bambina, pare voglia buttarsi nella mischia. La bambina, che qui stranamente riprende i1 profilo del volto di Alice disegnato da Tenniel per Lewis Carroll, sembra non riuscire più a convincere il Minotauro a seguirla nel suo viaggio nel mondo dell’immaginario e del fiabesco innocente.

L'arte è una bugia che ci fa realizzare la verità (Picasso)

Il Minotauro non è più cieco, e la luce che la fanciullina tiene in mano sembra infastidirlo. Tanti richiami paiono assalirlo, invocarlo, quasi a ricordargli che essendosi ormai riscattato attraverso la cecità, non può più esimersi dal farsi carico della sue responsabilità.

La donna-torero riversa sul cavallo, le due madonne in alto con la colomba, la strana figura di un uomo simile ad un apostolo sulla scala: tutti sembrano attendere il suo ingresso. Simboli di lotta e di elevazione.

Il mondo di Alice in quel momento appare forse più mitico del mitico Minotauro. Gli avvenimenti incalzano, si sente il bisogno, la necessità di intervenire, l'eros non più rivolto ad atti di sopraffazione, grazie al passaggio attraverso la cecità, può essere guidato verso altre imprese.

E se il mondo dei sogni felici per ora è una lontana chimera, è, coerentemente, la bambina-Alice stessa che sembra costringere quella forza naturale ad impegnarsi, con e per gli altri uomini, dal mito nella storia e nella storia "Guernica".

 

Guernica

 


Emanuela Amato